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ultimo aggiornamento
17/09/2018

 

Nei panni degli altri

dal Bollettino dell'Unità pastorale n. 1/10, marzo 2016


 

"È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo”.

Sono le parole del nostro papa Francesco nel documento con il quale indice il Giubileo straordinario della Misericordia.

Misericordia è una bellissima parola, composta da due parole latine che vogliono dire compassione e cuore. Significa avere un cuore che si lascia toccare dalla miseria degli altri.

Credo che sappiamo tutti che l’elenco delle opere di misericordia corporale viene da quel bellissimo racconto di Gesù nel Vangelo di Matteo al capitolo 25, quando rivela come, alla fine dei tempi, egli sceglierà i giusti da accogliere nel suo paradiso. “Venite, benedetti, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.

I giusti saranno accolti semplicemente perché misericordiosi. E i dannati respinti perché non lo sono stati. Non sapevano nemmeno, dice Gesù, di stare servendo o ignorando il Signore.

È proprio lì il bello. Il cuore tenero, il cuore misericordioso non “fa” le opere di misericordia perché così si vince il premio, perché lo dice il papa o per senso del dovere. Il cuore misericordioso soffre a vedere un altro che soffre, e per questo “fa” tutto ciò che può per alleviare le sue miserie. Come se fossero proprie. Perché si mette nei panni dell’altro.

E alla fine dei tempi, Gesù sceglierà i giusti e offrirà loro di condividere la sua stessa gioia, come in una festa di gente che si capisce al volo, perché essi hanno fatto ciò che, in fondo, ha fatto lui.

Gesù “si è messo nei nostri panni”. Lui, Dio, il Figlio amatissimo del Padre, si è incarnato, ha preso i “nostri panni”, la nostra carne, la nostra condizione umana, ed è venuto a condividere in tutto, fuorché il peccato, la nostra vita.

Poteva starsene nel suo bel paradiso e risolvere tutto schioccando le dita? Forse. Come noi, di fronte a una persona accasciata per terra, possiamo stare lontani e telefonare al 118, oppure avvicinarci e guardarla negli occhi.

In questo tempo di Quaresima contempliamo proprio questo: Gesù che si è messo nei nostri panni. Ha assunto la nostra sofferenza, l’ha conosciuta e l’ha fatta propria. Fino al culmine della sofferenza di questa nostra condizione umana, la morte. E davvero ognuno di noi, adesso, anche nell’abisso del dolore più atroce, guardando il crocifisso può dire: Tu mi capisci.

È questa compassione la radice che nutre lo splendido fiore della Pasqua.

È questa compassione la radice delle opere di misericordia.

Per “fare” le opere di misericordia, dunque, prima di rifornirsi di pane, acqua, vestiti, alloggio, tempo da donare a chi ha bisogno, occorre rifornirsi di cuore. Guardare l’altro. E vederlo. Indovinare la sua miseria, espressa e inespressa. Farla propria. E quindi, col cuore che condivide tale miseria, darsi da fare per alleviarla.

“Ho avuto fame, ho avuto sete, e voi mi avete assistito”, dice Gesù, “Venite, dunque, benedetti”. Non è importante il volto o il nome del destinatario della compassione, e nemmeno il risultato delle azioni che nascono da tale compassione. L’importante è la misericordia, agli occhi del Signore. È lui che conosce il volto e il nome dei destinatari - sono il suo proprio volto e il suo proprio nome, sempre. E solo lui conosce il risultato - non v’è amore sprecato, mai: nessuno di noi può sapere dove e come andranno a riflettersi i bagliori delle scintille d’amore, anche le più piccole.

Misurare destinatari e risultati è impresa immane. E inutile. Specialmente in questo nostro mondo contemporaneo in cui siamo tormentati da una consapevolezza confusa e inquietante riguardo alle dimensioni dei problemi: di fronte allo scandalo della fame nel mondo, alla terribile e sotterranea lotta per accaparrarsi le risorse idriche mondiali, agli sconvolgenti e sterminati flussi migratori… gli articoli semplici e immediati delle opere di misericordia corporale ci possono sembrare ingenui. Ma il Signore usa altre misure, e il papa ci chiede di meditare le opere di misericordia per “risvegliare la nostra coscienza spesso assopita di fronte al dramma della povertà”. Poi sarà la coscienza a farci trovare le strade per agire, ognuno secondo la propria condizione di vita. Ma se la coscienza dorme...

Infatti, se da una parte sorge la tentazione dello scoraggiamento di fronte all’immensità dei problemi, dall’altra sorge quella della delega in bianco a chi è più qualificato a trattarli, o del distacco e della diffidenza - fame, sete, vestiti, alloggio, sanità... roba da servizi sociali, no? Che c’entro io?

E così trova alimento ciò che Madre Teresa di Calcutta chiamava “il male più grande”, ossia l’indifferenza.

La parola di Gesù ci richiama invece a una dimensione umanissima e possibilissima – la dimensione del cuore. Del cuore misericordioso, pronto a mettersi nei panni degli altri e a soffrire le miserie degli altri. Non (solo) per risolvere i loro problemi, ma prima di tutto per soffrirli insieme a loro. Sappiamo tutti quanto è importante talvolta avere anche soltanto qualcuno che ti ascolta e ti capisce, vero? Il cuore misericordioso è prezioso e utile persino “da lontano”.

Ad esempio, si diceva discutendo questo articoletto in redazione, attualmente è difficilissimo “visitare i carcerati”, se non si è un assistente sociale o un parente. Ma è possibile tenere nel cuore i carcerati e provare a “mettersi nei loro panni”, andando controcorrente rispetto alla diffusa mentalità dello “sbatterli dentro e buttare via la chiave”. E la preghiera, se non altro, passa anche le sbarre delle prigioni. Senza sottovalutare la fantasia di Dio che può offrire occasioni inaspettate... ma che devono trovare il cuore pronto e tenero, la coscienza sveglia, sennò nemmeno ce ne accorgiamo. Come i sorpresissimi dannati respinti da Gesù.

E infine, la dimensione del cuore che si mette nei panni degli altri è un atteggiamento da coltivare non soltanto rispetto a chi ha fame o sete o è nudo, forestiero, malato o carcerato.

Il nostro mondo frenetico e confuso tende a farci innalzare muri di fretta, di indifferenza, di diffidenza, di superficialità, e a farci considerare tutti coloro che ci stanno attorno... degli “estranei”. Non dei fratelli, non il nostro prossimo, ma dei nemici, dei rivali... dei problemi, dei fastidi, delle minacce, dei doveri. Sia “la gente”, i lontani, sia, purtroppo, i vicini, talvolta quelli seduti accanto a noi nella panca in chiesa.

Educare il cuore a mettersi nei panni di questi “estranei”, guardarli e vederli. Vedere il loro cuore, scorgere la loro pena, lasciare che il nostro cuore ne sia toccato.

E offrire il nostro cuore così educato a questi “altri” che riconosciamo nostri amici e fratelli. È il bellissimo campo delle opere di misericordia spirituale, di cui parleremo la prossima volta.

 sf

 

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